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Vivaldi e il paesaggismo veneto
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Vivaldi e il paesaggismo veneto

"I titoli dei concerti vivaldiani non sottintendono un programma, ma corrispondono piuttosto ad una visione squisitamente poetica, talvolta pittorica, non pittoresca.
Ascoltando ad esempio il concerto "La Notte" si sente che è notte profonda, impenetrabile". [Il filo d'AriannaTorino, 1966].

Con queste suggestive e appassionate parole Gian Francesco Malipiero, padre della moderna riscoperta vivaldiana, ci metteva in guardia da una lettura troppo analitica e retorica della musica cosidetta "a programma" del compositore veneziano.
La diffusione di teorie estetiche sull'imitazione della natura o l'astuzia di mercato non bastano da sole a giustificare una produzione, seppur esigua nella globalità dell'opera di Antonio Vivaldi, comunque eccezionale nel panorama della musica strumentale italiana.
Al di là di tutto esiste una straordinaria forza evocativa, un'efficacia dell'immagine musicale che non può che testimoniare una sincera adesione "poetica" e "pittorica" alla realtà rappresentata.
Ma quale rapporto con il mondo della natura poteva aver coltivato il prete veneziano, costretto "a nativitate" per "vivere "quasi sempre in casa e al tavolino", come confessa egli stesso, strettezza di petto", a pateticamente, nelle lettere al marchese Bentivoglio?
Dove avrebbe potuto attingere, allora, immagini, situazioni, sensazioni se non nel luogo dove immagini, situazioni e sensazioni si fondevano in un'unica azione, lì dove la rappresentazione pittorica stimolava l'immagine musicale e la natura "dipinta" attraverso la musica si ri-trasformava in realtà, si ri-realizzava? Nel teatro, nell'opera in musica.
L 'arricchimento fu reciproco come dimostra la fondamentale esperienza scenografica dei più importanti paesaggisti e vedutisti veneziani dell'epoca. Tra questi la figura di Marco Ricci (1676-1730) appare curiosamente legata, a volte quasi intrecciata all'esperienza "descrittiva" di Vivaldi . Esponente di spicco di quel genere pittorico, il paesaggismo veneto, affermatosi sul finire del Seicento a Venezia e nell'immediato entroterra, in contrapposizione alle correnti della pittura ufficiale di historia (sacra e mitologica), sintetizzò il colorismo veneto e l'ideale di una natura protagonista, come lo era stata nel Cinquecento, con il piacere e l'immediatezza del racconto aneddotico di provenienza fiamminga e olandese. E' quello che riuscì in musica a Vivaldi attingendo piuttosto all'esperienza "provinciale" austrotedesca, che non al classicismo idealizzante dei francesi. I destini dei due artisti, reputati entrambi virtuosi, rapidissimi nell'esecuzione, legati da committenze comuni (il granprincipe di Toscana Ferdinando III prima, il mercato inglese poi) si incrociarono finalmente nei teatri veneziani negli anni '20, periodo a cui risale infatti la maggior parte dei concerti a titolo. Marco lavorò come scenografo nei teatri di S.Angelo e S.Giovanni Grisostomo (di cui era impresario lo zio Sebastiano) e le sue innovazioni furono l'uso di uno stile più libero e naturalistico, l'impiego di "scene/quadro" con ambientazione più realistica e uso di immagini più vere, in cui l'ambiente si sostituisse alla decorazione precedente, spettacolare e macchinosa. Quale effetto avessero sull'immaginazione di Vivaldi lo testimoniano i suoi concerti in cui la natura è protagonista, assieme all'uomo, della storia ideale e della storia quotidiana.