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| F. Cavalli | Sinfonia da "Eliogabalo" | ||
| J.
Rosenmüller (1619c-1684) |
Sinfonia
I -Allemanda -Corrente -Intrada -Ballo -Sarabanda |
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| G.
Legrenzi (1626-1690) |
La Cremona | La Cetra Op. X (XI) | |
| P.A.
Ziani (1620c-1684) |
Sonata XV a 5 | Sonate
a 3, 4, 5, 6 Op. VII [Venezia 1668] |
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| C.
Fedeli "Saggion" (1622c-1685) |
Sonata a 4 "in eco" | Sonate
a 2, 3, 4 Op.1 [Venezia 1685] |
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| G. Legrenzi | Sonata I | La Cetra Op. X (XI) | |
| J. Rosenmüller | Sonata
III -Sinfonia -Allemanda -Corrente -Ballo -Sarabanda |
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| G. Legrenzi | Sonata V | La Cetra Op. X (XI) | |
| J. Rosenmüller | Sonata VIII | ||
| G. Legrenzi | Corrente | Balletti
e Correnti a 5 Op. XVI [Venezia 1691] (Op. Post) |
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| Giorgio Fava | violino | ||
| Roberto Falcone | violino | ||
| Bozzai Balasz | violino | ||
| Luca Ronconi | violino e viola | ||
| Judit Földes | viola | ||
| Walter Vestidello | violoncello | ||
| Giancarlo Pavan | violone | ||
| Giancarlo Rado | arciliuto e chitarra | ||
| Gianpietro Rosato | clavicembalo e organo | ||
| Recording
location: Chiesa di S.Vigilio (Col S.Martino),Italy,7 -10 September
2001 Executive producer: Ysabelle Van Wersch-Cot Sound engineer: Jacques Doll Project manager: Lee Woollard Booklet Editor: Christian Müller Cover photo: Digital Vision |
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| Total Timing: 69 ’15 ’’ | |||
| Venice
in the late 17th century ( It )
In the mid 17th century,as
more and more European nations were striving for imperial glory by
conquering new and distant lands, Venice had become something of a “political
curiosity.” Though still a proud force,, it had now become a captive
of the narrow limits imposed by the Mediterranean.And yet,on the verge
of extinction,the Serenissima ound the strength to influence European
culture by assuming the role of a dazzling symbol and disseminating
the innovations of its most brilliant artists far and wide. Perhaps it
was due to its golden isolation that Venice succeeded in
single-mindedly cultivating its own characteristics, its own colors,
its
intrinsic, nearly evanescent lightness, its taste for intimacy and
private dimensions, for freedom and the pleasures of life. Thriving in
open contrast to the grandeur, missionary zeal and weightiness of the
17th century in the rest of Europe, Venice ’s magnificent uniqueness
ultimately engendered a style of its own that set out to conquer its
fellow nations in the early 18th century, as new aesthetic imperatives
were pervading the European fabric. There was no lack of new things to see,
and some of them, truly
exceptional, added to the universally recognized fame of this fantastic
city. The principal draftsman of this aesthetic renewal was the
architect Baldassare Longhena (1598 –1682). It is to him that we owe
the Ca ’ Rezzonico of 1660,, the funerary monument to Doge Giovanni
Pesaro in the Chiesa dei Frari, erected in 1669, the façade of the
Ospedaletto ai Santi Giovanni e Paolo of 1674, the Ca ’ Pesaro begun
in 1676,, and that masterpiece of the Venetian Baroque, the Basilica of
Santa Maria della Salute, completed in 1681. Among the new visual
glories were, moreover, Giuseppe Sardi ’s façade of the Scalzi of
1680, and the extravagant façade of the Chiesa di San Moisè by
Alessandro Tremignon of 1668, as well as the Dogana di Mare and the
lions guarding the entrance of the Arsenale, brought from Athens in
1682. Begun in 1681 was the façade of Santa Maria Zobenigo, or del
Giglio ,another project by Sardi, an absurdly self-congratulatory
commission from the patrician Antonio Barbaro. These were also the
years in which the military pride of the glorious marine republic was
rekindled through the exploits of Commander Francesco Morosini,who was
elected Doge in 1689. However, the naval and military activity proved to
be very costly – also in terms of human lives. It was more advisable
to turn inward, towards the mainland, and to heed the call of tourism,
which was enjoying an ever-growing popularity at a time when the grand
tour was a fashionable cultural staple. “Venice has an abundance of
everything, not only of the things necessary for life, but also of
those one needs to enjoy life.” Journal d ’un voyage ...1667
Grangier de Liverdys New theaters were opened:in 1671 the Teatro di
Sant Angelo, the only one facing the Canal Grande; in 1677 the Teatro di
San Giovanni Grisostomo (today ’s Malibran); finally, the Teatro di
San Moisè was reconstructed and augmented in 1684. To make up for the
closure of the theaters during the Lenten season, and thus to of er the
city ’s passionate music lovers the chance to enjoy music during
Lent, The Oratorio della Fava was begun in 1661; it became the seat and
creative center of the Venetian oratorio. |
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| La
Venezia di quegli anni Alla metà del XVII secolo, in un’ Europa dove stati sempre più onnipotenti si proiettavano verso nuovi imperi lontani, Venezia era ormai quasi una “curiosità politica ”, orgogliosamente dominante, prigioniera tuttavia di un ormai angusto Mediterraneo. Eppure proprio nel punto di scomparire, la città ebbe la forza di condizionare la cultura europea, diventandone di lì a poco simbolo illustre e diffondendo le formule nuove dei suoi artisti più geniali. Forse fu grazie al suo dorato isolamento che riuscì a coltivare ostinatamente i propri caratteri, i propri colori, l’intrinseca leggerezza ai limiti dell’ estinguimento, quel gusto per l’intimità e la dimensione privata, per la libertà e i piaceri della vita, in aperto contrasto con la grandiosità, l’impegno, l’enfasi seriosa del Seicento internazionale, elaborando infine un proprio stile capace di imporsi all’inizio del secolo XVIII, quando una nuova esigenza estetica percorrerà l’Europa intera. «Malgrado questa Repubblica sia molto decaduta rispetto a ciò che era,sia per le gravi perdite patite nelle guerre contro i Turchi, sia per il grande declino del commercio,in questo luogo vi è un ’incredibile ricchezza e abbondanza di cose d’ogni genere » Some letters …1687 Gilbert Burnet, vescovo anglicano L ’impressione di un viaggiatore in visita alla città di quegli anni, non poteva che essere di meraviglia. La famosa pianta cinquecentesca di Venezia disegnata da Jacopo de’ Barbari andava oramai aggiornata: attorno al 1650 al pittore tedesco Joseph Heintz il Giovane fu commissionata la nuova veduta a volo d’uccello della città, immersa nel caratteristico colore della laguna e con uno scorcio premonitore sulla terra ferma. «Immaginatevi la città di Venezia che sorge dalle acque con trenta o quaranta grandi campanili e dista una lega e mezza almeno dalla terra.E come è sorprendente veder questa grande città senza mura,senza bastioni, ovunque battuta dalle onde,pur rimanendo ferma sulle palafitte,come su una roccia.» Nouveau voyage d ’Italie ...1688 Maximilien Misson Le novità da vedere non mancavano ed alcune davvero strepitose,che si andavano ad aggiungere alla già affermata fama di città fantastica. L’artefice principale del rinnovamento estetico fu l’architetto Baldassare Longhena (1598-1682): sua Ca ’ Rezzonico del 1660 e il Monumento funebre del doge Giovanni Pesaro nella Chiesa dei Frari eretto nel 1669, la facciata del 1674 dell’Ospedaletto ai Santi Giovanni e Paolo,Ca’ Pesaro iniziata nel 1676 e il capolavoro del barocco veneziano: la Basilica della Salute ultimata nel 1681. E nell’elenco delle novità vedibili si possono aggiungere la facciata degli Scalzi di Giuseppe Sardi del 1680 e quella ubriacante della Chiesa di S.Moisè, opera di Alessandro Tremignon (1668), gli edifici della Dogana di Mare e i leoni all’ingresso dell’Arsenale, portati da Atene nel 1682. Nel 1681 fu innalzata inoltre la facciata, progettata ancora dal Sardi, di Santa Maria Zobenigo o del Giglio, spropositata autocelebrazione del committente patrizio Antonio Barbaro. Furono anche gli anni in cui si riaccese l ’orgoglio militare della gloriosa repubblica marinara per le imprese del comandante Francesco Morosini, eletto Doge nel 1689. Ma l ’attività navale e guerriera risultò assai costosa anche in termini di vite umane: meglio rivolgersi alla terra ferma e alla vocazione turistica grazie anche all’affermarsi in quegl’anni della moda culturale del grand tour. «Venezia abbonda di tutto,non solo delle cose necessarie per vivere,ma anche di quelle che occorrono per godersi la vita.» Journal d ’un voyage ...1667 Grangier de Liverdys Proseguì così l ’apertura di nuovi teatri: nel 1671 il Teatro di S.Angelo l’unico ad affacciarsi sul Canal Grande, nel 1677 il Teatro di S.Giovanni Grisostomo (oggi Malibran), mentre nel 1684 fu ricostruito e ampliato il Teatro di S.Moisè. Per supplire poi alla loro chiusura nel periodo quaresimale e quindi offrire agli appassionati melomani l’opportunità di ascoltare ugualmente musiche e cantanti, si attivò dal 1661 l’Oratorio della Fava, principale sede esecutiva dell’oratorio veneziano. Gli Autori e le Musiche “Calamita d ’Europa ”, simbolo della libertà e dei piaceri della vita,Venezia attrasse e con-fuse anche musiche e musicisti. Dopo le esperienze parigine non sempre esaltanti di operisti veneziani, si insinuarono pratiche francesi nella rigida tradizione veneziana: Giovanni Legrenzi nel 1688 diresse un requiem con musiche di Lully e ancora una cronaca di quell’anno segnala un’accademia in casa del maestro marciano, che accompagnò al cembalo tre giovanissime sorelle in duetti e terzetti del compositore francese. Compositori d ’oltralpe come Johann Rosenmüller, Johann Philipp Krieger e Johann Wolfgang Franck arrivarono a Venezia per apprenderne l’esclusivo idioma musicale, mentre musicisti veneti scrissero “alla tedesca ”, forse anche per compiacere protettori che ormai, per la musica strumentale,erano quasi esclusivamente forestieri. La situazione economica non era delle più favorevoli: scomparivano le illustri stamperie musicali (le Sonate del 1667 di Rosenmüller furono le ultime pubblicate da Vincenti, mentre la raccolta de “La cetra “di Legrenzi fu l’unica opera stampata a Venezia nel 1673!), la riduzione degli incarichi e delle retribuzioni uniti alla mancanza di committenti in loco, favorivano poi la migrazione di musicisti soprattutto verso Vienna,alla corte del musicalissimo imperatore Leopoldo I. La figura di Francesco Caletti-Bruni detto Cavalli (1602 –1676), prototipo di carriera marciana (da giovane cantore a maestro di cappella) è emblematica del passaggio dalla celebrata tradizione del primo Seicento al nuovo stile europeo. Il dramma per musica “Eliogabalo ”del 1668 non fu mai eseguito perché l’opera fu protestata come “troppo all’antica ”. Instabilità modale ed echi monteverdiani si alternano nelle prime due sezioni della sinfonia che si chiude con una scatenata tarantella. Nella città libera si rifugiò nel 1658 Johann Rosenmüller (c.1619 –1684), transfuga da Lipsia dove era stato arrestato con il sospetto di pratiche omosessuali. Da semplice trombonista nella cappella marciana giunse nel 1678 alla carica di “maestro de ’ strumenti ” all’Ospedale della Pietà,nello stesso anno in cui da Giovanni Battista ”sonador ” e da Camilla Colicchio nasce a Venezia Antonio Lucio Vivaldi. L’attaccamento alla città-rifugio si misura tutto nel suo stile che lo fa “il più veneziano ” tra i compositori tedeschi. Le Sonate da camera del 1667 si aprono tutte con una sinfonia d’ispirazione teatrale seguita da una serie di danze da cui affiora a tratti l’idioma nordico, anche se correnti e balletti erano comuni a Venezia: curiosa è la scelta di chiudere sempre le sonate con una malinconica sarabanda. Forse è la stessa danza alla moda che un viaggiatore francese, ospite a Palazzo Grimani nel 1670, descrisse come “un camminare lento e solenne di camera in camera ”. Le Sonate del 1682 sono invece nello stile da chiesa e partecipano delle conquiste dello “Stil moderno ” di Dario Castello e dell’elaborato contrappunto di Massimiliano Neri, illustri esponenti della musica strumentale precedente. Cardine di questa stagione musicale a Venezia fu senza dubbio Giovanni Legrenzi (1626 –1690). Arrivato in città in età matura, attorno agli anni ’70, conquistò solo nel 1685 il posto di Maestro di Cappella a S.Marco. Ebbe comunque il tempo di rimodernare l’organico strumentale della cappella, potenziandone soprattutto la sezione degli archi. Il suo stile compositivo contrappone l’uso della tecnica motivica alla stretta pratica del fugato, grazie alla sua grande facilità d’invenzione melodica, riconosciuta un secolo più tardi anche da Charles Burney che gli attribuì “some of the best melodies of the time ” ((1789).L ’effetto di libertà e leggerezza che ne derivano rimarranno tratti caratteristici della scrittura veneziana del XVIII secolo. La Sonata a cinque “La Cremona ”, dedicata alla città dei violini per eccellenza, fu spesso reimpiegata dall’autore nelle sue opere teatrali veneziane (Eteocle Polinice, Germanico sul Reno, Totila) in un processo di sviluppo stilistico intento più a raffinarsi che ad evolversi. Alla sua collezione di sonate più rappresentativa “La cetra ” appartengono l ’altra Sonata a quattro violini e la Sonata a “quattro viole da gamba o come piace ”in cui la duplice strumentazione e lo stile austero tradiscono la committenza viennese, essendo l’opera dedicata a Leopoldo I d ’Asburgo. La Corrente IX fu invece pubblicata postuma dal nipote e allievo Giovanni Varischino e testimonia la curiosa sopravvivenza di un’antico basso di danza cinquecentesco, l’“Aria di Fiorenza o del Gran Duca ”, oramai desueto altrove e che ritroveremo invece ancora a Venezia alla fine del secolo nell ’Opera II di Antonio Caldara, questa volta sotto il nome di Ciaccona. Pietro Andrea Ziani (c.1620 –1684) appartenne alla schiera dei musicisti nomadi:da Venezia si spostò a Bergamo, poi a Innsbruck, Vienna, Kromeritz, quindi a Dresda, per tornare nuovamente a Venezia. Finì il suo pellegrinare a Napoli come maestro della Cappella Reale. Le Sonate per archi dell’Opera VII, stampate per la prima volta a Freiberg attorno al 1667, rivelano la sua robusta formazione organistica: contrappunto, cromatismo e stile fugato condizionano le sue composizioni tripartite a quattro e cinque strumenti. Questo stile, forse legato al gusto colto e un pò all’antica dei suoi protettori d’oltralpe, contrasta notevolmente con l’altra sua anima “leggera ” che privilegiò nelle composizioni teatrali, dove fu maestro dell’opera buffa. Forse nella Sonata VIII emerge questa sua doppia personalità quando esplode improvviso un vorticoso e spiritosissimo ritornello in tempo ternario, che sembra suggerire l’entrata in scena di un personaggio comico. Completa l ’antologia un brano di Carlo Antonio Fedeli detto “Saggion ”(c.1620 –1685) anch’egli come Cavalli cresciuto professionalmente sotto le cupole della Basilica Marciana: da suonatore di violone a “maestro de ’ concerti ”. Fu capostipite di una nutrita e importante famiglia di musicisti veneziani – il figlio Giuseppe si dice fu il primo ad introdurre il contrabbasso all’Opera di Parigi nel primo ‘700 – e nella sua musica si coglie lo stile tipico dello strumentista melodico,legato alla cantabilità e alle tessiture trasparenti. Nella Sonata a 4 troviamo un nostalgico tributo alla tradizione veneziana della scrittura in eco, peraltro ripresa anche più tardi da Antonio Vivaldi nel suo concerto con violini “per eco in lontano ”. Un ’interessante indicazione sulla prassi esecutiva si legge tra le righe della sua dedica al principe Carlo di Brunswick, patrocinatore della sua Opera I, dove Fedeli ribadisce, pur se nello stile ossequioso del genere, il carattere improvvisatorio e il criterio di libertà esecutiva della musica del suo tempo: “...quanto io ben sò tenere al suo servigio Virtuosi così cospicui,che ben potranno con le loro maniere soavemente aggiungerle quegl’adornamenti, ch ’sse [sonate ] non mai poterno ricevere dalla mia debolezza, facendo credere, con gli smalti &ori delle loro incomparabili dolcissime maniere, essere i miei falsi vetri veri adamanti pregiati ...” Giorgio Fava |
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